I peperoni imbottiti di nonna

Mia nonna non sapeva scrivere, solo il suo nome e poco altro, di ricette sue non ne ho, non poteva annotarle, preparava tutto ad occhio, sentiva gli impasti nelle mani, riconosceva le sfumature di colore e consistenza, guardava il cibo, neppure lo assaggiava.
Se chiedevi ti spiegava seria seria, olio di gomito diceva, un po’ ti faceva provare poi impaziente ti sostituiva. Mai che il lavoro andasse male, che non riuscisse, niente si deve sprecare.
Avevamo ampiamente superato gli anni del boom economico, che avevano in qualche modo sollevato anche la sua famiglia, eravamo all’inizio dell’edonismo rampante degli anni ’80. Anche nonna aveva la sua TV a colori e la dispensa piena piena, ma il cibo continuava ad essere sacro, non andava sprecato, neppure una briciola, ma utilizzato e bene.
Si metteva in cucina, seria e pensosa come sempre, all’alba, lavorava, cucinava.
La cucina era un dovere non un divertimento, se le facevi i complimenti per qualche suo piatto delizioso, non si scherniva neppure, seria seria continuava i suoi discorsi, però le brillavano gli occhi 🙂
Il cibo è cibo serve a nutrire, costa fatica, alzatacce e denaro, non è un gioco.
Cucinare era un dovere, il duro dovere alimentare.
Nonna non conosceva Petronilla, non sapeva leggere, le signore ben vestite quelle si, si potevano permettere la cuoca, la cameriera e pure il tempo per leggere i libri di cucina.
La cucina per lei non era un’arte ma solo fatica e preoccupazione, un dovere, a cui necessariamente assoggettarsi.
Farlo e farlo bene.
Nel tempo aveva affinato una routine nei menù e nelle conserve, ruotava come le amichette di Petronilla i piatti su base settimanale, alternando alimenti in maniera ragionata ed assennata.
La prelibatezza dei suoi piatti, frutto di anni di fatica ed affinamenti e sicuramente anche di errori e di affanni era funzionale al nutrimento dei suoi cari non alla gioia del palato.
Aveva imparato a cucinare avanzi e alimenti di scarto o non particolarmente gustosi in sé trasformandoli in piatti buoni e prelibati, sempre più buoni e prelibati.
Nonna voleva nutrire non stupire o deliziare e deliziava nutrendo.
Quando poi le disponibilità economiche glielo concessero continuo a preparare gli stessi piatti, mantenendo gli stessi ritmi e la stessa routinema utilizzando ingredienti di primissima qualità, era per la famiglia, e in abbondanza creando così un vero paradiso sensoriale.
Tutto era buono nella sua cucina, la genovese, la bolognese come diceva lei con la vermuttadentro, il cattò, la pasta al forno, la parmigiana, un pesto che, con buona pace dei genovesi, neppure i genovesi 🙂 la pasta con la salsa della domenica con tanto di braciole e polpette,e che erano le polpette mitiche, inarrivabili, indescrivibili.
Tutto buono perché fatto con amore.
Oggi il Calendario del Cibo Italiano festeggia i nonni, ovviamente in cucina, io non potevo esimermi dal ricordare mia nonna che preparava delizie non amando, forse, neppure più di tanto il cucinare.
Amava la sua famiglia, a modo suo, come noi faceva del suo meglio, come poteva, con quello che aveva.
Lei non mi ha trasmesso la passione per la cucina che non aveva.
Nella sua cucina i miei occhi da bambina hanno visto oltre, forse quello che volevano vedere, lo stupore, la bellezza e l’alchimia che si nasconde tra le pieghe nella preparazione culinaria che, al di là delle mere sensazioni organolettiche, è curiosità, scoperta, la voglia di sperimentazione.
La cucina è passione perché è libertà e scoperta!
Tutte cose che nonna non sapeva ma che grazie anche al piccolo mattoncino che ha messo lei io ho potuto vivere e realizzare.
Per la giornata ho preparato i suoi peperoni imbottiti.
Suoi perché li faceva solo lei, un piatto di riciclo ma gustosissimo.
Ecco come trasformare due peperoni, magari storterelli, in una nutriente e prelibata portata.
Noi diremmo piatto unico, per nonna era un secondo e lo offricìva corredato da almeno due contorni da mangiare rigorosamente col pane.
Altre epoche, altri tempi, abitudini ….
per 6 persone (due peperoni a testa)
12 peperoni
300 g di pane raffermo
2 taralli di Agerola tritati
6 uova
200 g di salame a fette piuttosto spesse e poi a pezzetti
300 g di olive verdi
400 g di provoloncino
100 g di parmigiano grattugiato
100 g di pecorino romano grattugiato
1 bicchiere di olio extravergine di oliva (circa 200 g)
sale
pepe
Ammollare il pane raffermo tagliato a fette, sgocciolarlo , spremerlo benissimo e sistemarlo in una capiente ciotola. Unire il tarallo tritato, le uova battute con il sale, i formaggi, il pepe e poco alla volta l’olio, impastare a lungo e con forza, olio di gomito come diceva la nonna. Il pane non si dovrà più sentire. L’impasto è pronto quando si otterrà un composto perfettamente amalgamato e omogeneo, unire il salame, il provoloncino e le olive tagliate a pezzetti. Assaggiare, regolare eventualmente di sale. Mettere da parte.
Lavare i peperoni, tagliare la calotta superiore preservandola, ci servirà da coperchio, svuotare dai semi, sciacquare bene, lasciare asciugare capovolto, riempire i peperoni con il composto, chiudere con una scorza di pane raffermo, coprire con la calotta superiore del peperone.
Sistemare i peperoni in una teglia protetta da carta forno,condirli con un filo d’olio.
Cuocere in forno ventilato già a temperatura a 180° per circa un’ora.
I peperoni dovranno cuocere perfettamente.
Sfornare. Lasciare leggermente intiepidire prima di servire.
http://www.calendariodelciboitaliano.it/

La cucina di Anisja

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*